
| 27 dicembre 2011
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Dalle uova di struzzo a ‘We want sex’
Le spese pazze dell’Agenzia del territorio
Il Fatto Quotidiano ha recuperato la contabilità del direttore Gabriella Alemanno, sorella del sindaco di Roma, e le fatture autorizzate dall’area comunicazione. Per rappresentanza e comunicazione istituzionale (voce quest’ultima assente in passato dai bilanci) si è passati da 80 mila euro a un milione nel 2010, ma colpiscono i soldi spesi in gioiellerie e cene. Ad esempio al "Villa Oretta" di Cortina insieme a ben undici persone
Illustrazione di Emanuele Fucecchi
Poco meno di un milione e mezzo di euro di spese per comunicazione istituzionale e rappresentanza. L’Agenzia del territorio spende in rinfreschi, pranzi, convegni e mostre il doppio del costo delle bollette telefoniche delle sue cento sedi. Il buon esempio viene dall’alto, nonostante guadagni 300 mila euro lodi all’anno il direttore dell’Agenzia che dovrebbe occuparsi di catasto e conservatoria, Gabriella Alemanno, ha speso migliaia di euro in pranzi e cene di rappresentanza pagati con la sua carta di credito aziendale. A spese del contribuente. La sorella del sindaco di Roma Gianni Alemanno, nominata a capo dell’Agenzia dal governo Berlusconi nel 2008, dopo essere passata prima dal Secit e dai Monopoli (sempre su nomina dei governi Berlusconi) è riuscita a pagare con i nostri soldi persino una cena a Cortina a suo fratello a margine di un evento sponsorizzato dall’Agenzia diretta dalla sorella e dall’Acea, controllata dal fratello. Una vera abbuffata di conflitti di interessi.
Il Fatto Quotidiano ha recuperato la contabilità delle note spese del direttore Alemanno e le fatture autorizzate dall’area comunicazione. Si scopre che le spese per rappresentanza e comunicazione istituzionale (voce quest’ultima assente in passato dai bilanci) sono schizzate da 80 mila euro a un milione nel 2010 per sfiorare il milione e mezzo secondo le previsioni per il 2011. Il ministro dell’Economia e presidente del Consiglio Mario Monti, dovrebbe dare un’occhiata ai conti dell’Agenzia per vedere come viene applicato il suo invito alla sobrietà. Quello che un tempo era il noioso Catasto è stato trasformato, dalla dottoressa Alemanno, in una frizzante agenzia specializzata in eventi, pranzi e vernissage. A parte i 22 mila e 800 euro pagati all’Adnkronos per “supporto informativo multimediale” e i 20 mila euro per i servizi della Mp group, colpiscono le fatture importanti della società “Comunicare Organizzando” per esempio per la mostre dei 150 dell’Unità d’Italia (48 mila euro che però dovrebbero essere stati coperti dagli sponsor) e soprattutto le fatture delle gioiellerie.
Sfugge perché l’Agenzia compri 30 uova di struzzo decorate per 3 mila e 240 euro dalla gioielleria “Peroso”. “Sono state donate a rappresentanti di Stati esteri per esigenze di rappresentanza”, spiega Mario Occhi, responsabile comunicazione dell’Agenzia, anche se al Fatto risulta che un uovo sia finito a un comandante regionale della Finanza. L’Agenzia ha comprato anche 12 bicchieri in vetro soffiato dalla signora Maria Bonaldo di Mestre, che si dice conosca Gabrella Alemanno. Prezzo 1296 euro e destinazione ignota. “Saranno stati donati anche questi ad autorità estere”, dice sempre Mario Occhi. Si usano i soldi pubblici per promuovere persino una commedia sociale di Nigel Cole, “We want sex”, sulla battaglia delle operaie della Ford contro la discriminazione maschile. 800 euro per “affitto sala cinema Odeon per proiezione riservata del film il 17 gennaio 2011” più “vendita pop corn e bibita per 179 consumazioni, 5 euro cadauna, per un importo totale di 895 euro”. We want pop corn.
Poi ci sono i pranzi di rappresentanza. La “Bottega di Montecitorio” di via della Guglia a Roma è usata dal direttore dell’Agenzia come una seconda mensa. Peccato per i prezzi. Il 17 marzo 2011 spende 107 euro pubblici e poi ancora il 31 marzo spende altri 90 euro, il 7 aprile (70 euro) e poi ancora il 29 settembre (60 euro) sempre con ignoto commensale. Il 14 aprile del 2011 per un pranzo parco (63 euro) dichiara finalmente il suo ospite: è un suo amico di vecchia data, Antonio Liguori, nominato direttore generale del Teatro dell’Opera nel 2009, grazie al fratello Gianni Alemanno. La famiglia è molto unita. Il Fatto Quotidiano aveva già raccontato nell’agosto del 2010 la storia delle vacanze con dibattito di Gabriella e Gianni (con Isabella Rauti al seguito) in quel di Cortinaincontra. Ora scopriamo quanto ha pagato l’Agenzia del Territorio per sponsorizzare la manifestazione: 42 mila euro comprensive di Iva.
Ma l’Agenzia il 22 agosto del 2011 ha pagato altri 780 euro per ospitare a cena al “Villa Oretta” di Cortina ben undici persone. Oltre ai dirigenti di Ance, Confedilizia e Scenari Immobiliari, c’era anche “il sindaco di Roma Gianni Alemanno più ospite direttore Agenzia”. Talvolta il direttore tradisce la Bottega di Montecitorio: il 24 marzo per un pranzo con 28 commensali costato ben 616 euro, preferisce il “RomAntica” per “incontro con giornalisti stampa locale e referenti comunicazione”. Il 25 febbraio all’Os club alle Terme di Traiano paga 48 euro, e poi ancora il 14 febbraio altri 185 euro a causa di un vino importante (un Tignanello) e ancora il 9 agosto al Panda in Galleria Sordi, ma poi torna alla solita “Bottega di Montecitorio” il 20 aprile (89 euro) e il primo giugno (70 euro) il 12 ottobre (110 euro) il primo aprile al “Caffè delle Arti” (105 euro) il 14 aprile alla sala da tè Babington (115 euro). Filippo La Mantia è uno dei preferiti. Il 12 maggio (100 euro); il 26 settembre (100 euro); il 13 aprile 2011 con due giornalisti di un’agenzia di stampa (129 euro). Il 29 gennaio alla ” Taverna San Teodoro” ci sono quattro persone a tavola con la Alemanno per 443 euro. Il 23 maggio lo scialo viene scoperto da due magistrati della Corte dei Conti. Seguono la Alemanno nel locale dello chef La Mantia e non la mollano fino al conto. Purtroppo però mangiano a sbafo e non battono ciglio quando lei striscia la carta dell’Agenzia: 230, 50 euro. Il 4 luglio il direttore si sposta a Bari e pranza alla “Pignata” con cinque persone, il conto da 365 euro per “rappresentanti autorità locali”.
Quando si muove il direttore Gabriella Alemanno sembra un capo di Stato. Per esempio il 14 agosto del 2011 è a Cagliari e pranza con il Prefetto, due avvocati dello Stato e dirigenti delle agenzie del territorio e del demanio. La spesa per 13 pasti a base di pesce dal “Corsaro Deidda” è di 890 euro. Il 10 maggio del 2011 la Alemanno vola in Veneto e mangia all’osteria “da Fiore” a Venezia. Il conto è di 810 euro. Oltre al presidente dell’Ordine dei notai e al direttore dell’Agenzia del Veneto, erano presenti tutti i controllori. C’era il responsabile audit dell’agenzia, il comandante regionale della Guardia di Finanza Walter Cretella Lombardo e il procuratore regionale della Corte dei Conti. Al momento del conto però nessuno ha messo mano al portafoglio. In fondo Pantalone era veneziano.
da Il Fatto Quotidiano del 27 dicembre 2011

Maria Vittoria Pittamiglio
Il nuovo ministro della Pubblica Istruzione, il drone Profumo (drone in quanto telecomandato dai “mercati” e in quanto privo di qualsiasi contenuto culturale e ideale autonomo), ha esposto le sue idee in materia di politica scolastica: idee che riprendono quelle formulate a suo tempo dall’impagabile Lombardi, con il quale Profumo condivide la medesima estrazione e la medesima impostazione confindustriale.
Dal summenzionato dibattito si è potuto apprendere, che anche per il nuovo titolare del dicastero della Minerva, come per tutti i tecnocrati neoliberisti, l’informatica è la chiave risolutiva di ogni problema scolastico.
Sennonché la goffa enfasi pubblicitaria con cui il ministro presume di annunciare, all’insegna del primato dell’informatica, cambiamenti epocali nel modo di studiare e di fare scuola, oltre ad emanare un forte puzzo di stantìo per i luoghi comuni cui attinge, rivela una preoccupante carenza nella comprensione dei processi specifici di insegnamento e di apprendimento.
Il drone che Monti ha piazzato al ministero della Pubblica Istruzione assicura, tra l’altro, che farà il possibile per introdurre Web e digitale nelle classi: “I libri si spostino sui tablet…si possono scaricare (non gratis, le cose hanno valore)…alla fine si risparmia, pur considerando l’acquisto dei tablet”. Come emerge da queste enunciazioni, è palese l’intento di fare della scuola un campo aperto agli investimenti e al ‘business’ delle imprese private, in questo caso di quelle che producono i tablet (tutte straniere). Ma per il drone questo non è un problema: l’importante è che le scuole siano piene di tablet, anche se i cessi sono senza carta e senza tavolette
IO CI STO di Nichi Vendola
pubblicata da Eugenio Baronti sabato 3 settembre 2011 alle ore 12.00.
Sta accadendo qualcosa di irreparabile, un finimondo che spazza via esistenze, culture, diritti, classi sociali. Cambia la storia e la geografia.
Eppure fatichiamo a trovare le parole adeguate per dirlo, per spiegarlo, per contrastarne l’apparente oggettività, per denunciarne le cause.
Siamo invischiati in una trama ideologica che non riusciamo a spezzare.
Cos’è la crisi?
La crisi è la crisi, così come una rosa è una rosa.
Come una crepa nell’ordine naturale delle cose: che poi quell’ordine non sia affatto naturale, che si chiami liberismo e che abbia egemonizzato per circa un trentennio tutto il nostro West, questo nessuno (o quasi) lo dice.
La crisi è figlia di una “rivoluzione conservatrice” che ha ridotto la democrazia a un sistema di marketing elettorale mentre i poteri reali venivano sempre più delocalizzati e concentrati nei circoli finanziari sovranazionali.
La crisi è il liberismo, la cui crisi evolve in crisi del mondo.
Le ricette con cui si cerca di affrontarla contengono tutti gli ingredienti che hanno fatto saltare il banco. Invece di mettere in mora il liberismo, si mette in mora il welfare. (Nel mesto balbettio delle forze democratiche, a Washington come a Roma).
Invece di dettare regole ai mercati e ai mercanti, si stracciano le regole che danno dignità e forza di contrattazione al lavoro.
Invece di investire sul futuro, sulla formazione, sulla ricerca, sull’innovazione, su un nuovo modello di sviluppo, si strozza la cassa delle pubbliche amministrazioni col cappio del “patto di stabilità”.
Il debito pubblico è il buco da colmare, costi quel che costi, sia pure con la timida premonizione confindustriale che senza crescita e senza nuova occupazione quello sarà un pozzo senza fondo.
Il contenimento del debito è il mantra che riunisce le peggiori classi dirigenti che l’Europa abbia mai avuto.
Fino al punto di teorizzare la “costituzionalizzazione del pareggio di bilancio”: un atto di demenza senile invocato per salvare quell’Europa che, in verità, si sta rompendo come un giocattolo.
Pur di educare ai principi e al lessico mercantile (chi di noi vuol essere complice di uno spread?), si decide (chi decide?) di fuoriuscire da un intero assetto di civiltà.
Chi ha stressato l’ambiente e il lavoro per trarne il massimo profitto, chi ha trasferito la ricchezza dal mondo della produzione a quello della rendita, chi ha incoraggiato la messa all’incanto dei beni comuni, chi ha impoverito le nostre comunità, ora è servito: potrà continuare a farlo, anzi sarà incoraggiato a intensificare il proprio vitalismo predatorio.
Forse è questa la “follia del Capitale” annunciata da Marx.
Siccome il lavoro è stato spogliato di tutele e reddito, ora è tempo di dargli un colpo alla nuca: in Italia ci sono sindacalisti molto più attenti ai rutti della borsa che non ai sospiri dei lavoratori.
Non è l’universo dei paradossi: è il nostro mondo attuale, in cui la destra devasta e rilancia, la sinistra si rammarica, e il silenzio degli innocenti viene interrotto solo dalle urla degli indignati.
Che non sono contro la politica.
Sono contro quel “pensiero unico” che omologa la politica al rango di maggiordomo della vera casta (i detentori della ricchezza finanziaria).
Insisto: sta per finire un’epoca segnata da una diffusa attesa di benessere e ne comincia una in cui è facile preconizzare un malessere generalizzato: e dunque?
Davvero la crisi è figlia del fatto che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”?
Anche a sinistra ci si avvita in quella retorica per la quale, al netto di Tremonti, il “tremontismo” è ineluttabile?
E dunque l’operazione è trovare i soldi, quadrare i saldi, e domani è un altro giorno.
Ma non è tutta qui la “questione morale”?
In questo degrado del pensiero politico, che registra la propria impotenza e la veste di cinismo e malaffare, che anche qui da noi, anche nei salotti radicali, ha considerato impronunciabile la parola “patrimoniale”, che ha abolito l’alternativa pur di godere dei benefici di una mediocre alternanza?
Si ruba perché “così fan tutti”, perché se tutto è sottoposto al primato metafisico del mercato allora vuol dire che anche la politica è una mera funzione mercantile, è valore di scambio, è negoziazione tra frammenti (lobbies, corporazioni, territori).
Questa politica debole, pomposamente esperta di sondaggi ma incapace di sondare, si affida alla sapienza opaca delle tecnocrazie, ai pallottolieri ingannevoli dei ragionieri, si eccita per ogni Marchionne che appare sulla scena, ha il complesso della modernità e così ne confeziona una leggera e di facili costumi.
La sinistra è stata mangiata dalla “politica debole”, cioè dal deficit di alternatività culturale ed etica.
Non si tratta di evocare una risibile diversità antropologica, si tratta di riconnettere la politica alla vita vera, ai sogni e alle attese dei vecchi e dei giovani, alla domanda sempre più attuale di giustizia sociale e di libertà individuale.
Riconnettere politica e speranza.
Qui in Italia la destra sta liquidando le funzione fondamentali dello Stato e della pubblica amministrazione.
Invece dei servizi sociali avremo la carità delle opere pie, basta il 5 per mille. Invece dell’universalismo del diritto alla salute, all’istruzione e alla previdenza, avremo la “sussidiarietà” di un privato che si regolerà guardando il portafoglio delle famiglie.
La società in fondo non esiste, come diceva efficacemente la lady di ferro inglese, esistono gli individui: più che cittadini, vanno pesati in qualità di “clienti”.
Lo Stato residuo è solo Stato etico: quello che definisce la soglia della vita nel suo farsi e nel suo disfarsi, quello che proibisce e punisce le marginalità, quello che detta legge per conto delle gerarchie ecclesiastiche su cosa sia lecito fare nelle questioni relazionali, sessuali, di costume.
Ecco il passaggio d’epoca che dobbiamo fronteggiare mettendo in campo una alternativa credibile ai “governi della miseria” e alla “miseria dei governi” che stanno devastando il destino delle generazioni più giovani e stanno producendo un cataclisma sociale che ha la forza devastante (ma anche fondativa) di una guerra.
Non credo sia un caso che le sconfitte più serie e più nitide Berlusconi le abbia subite non dentro al Palazzo, ma fuori, attraverso un lunga e variegata sequela di movimenti, di lotte, di socializzazione di saperi critici: che del berlusconismo hanno disvelato l’anima reazionaria e maschilista, decostruito la macchina del consenso, radiografato l’antropologia.
Così è nata la rivoluzione delle primarie e dei ballottaggi, così è cresciuto il popolo dei referendum.
Lo dico con semplicità: la destra, a questo salto d’epoca, si presenta con il suo programma fondamentale: privatizzare i diritti, la società, la vita, la giustizia. Sradicare dal senso comune qualunque idea di interesse collettivo, chiudere i conti con tutte le luci del Novecento senza fare i conti con tutte le ombre del Novecento.
Noi non possiamo che inventare la buona politica che rimette al centro l’inviolabilità delle persone, la ricchezza dei “valori d’uso”, la centralità dei beni comuni.
Per questo mi ha emozionato la lettera che mi è stata indirizzata dalle colonne de il manifesto (31/8) da Alberto Lucarelli e Ugo Mattei.
Accolgo senza indugio l’invito che mi viene rivolto.
Noi ricorreremo a qualunque sede di giustizia contro le infamie sociali e le abnormità costituzionali della manovra finanziaria, la terza in pochi mesi che la destra infligge al Paese.
Lo faremo anche con l’ausilio della passione scientifica e civile di chi ci mette a disposizione il proprio gratuito patrocinio.
Lo faremo perché la bellezza, la memoria, la cultura, la dignità non sono valori negoziabili: e non c’è futuro possibile né vita vera se non costruiremo su queste parole il senso, la forza e la moralità della politica.
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